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VI
Il curato aveva messo su un po’ di pancetta.
Può sembrare strano che un uomo votato a un cammino di santità permettesse al suo stomaco segni di debolezza. Ma il piacere di un buon pasto garantiva di terminare in modo positivo ogni segmento della giornata, rischiarandola e anticipando una lieta conclusione.
Perché l’organo della digestione, contrariamente a quello della riflessione, non si stanca mai delle stesse cose e prova regolarmente una ingenua soddisfazione, con l’innocenza che Dio si aspetta dall’anima.
Mangiare, bere e dormire sono i primi peccati vitali del bambino, oltre ai quali non conosce né gioia né riconoscenza. Prestando molta attenzione alle richieste del suo corpo, il curato conservava l’istinto di amore dell’organismo satollo.
Perché la peggior tentazione per un timorato di Dio non è la golosità, né tanto meno il sesso, ma la disperazione.
Il curato, che cercava nella diversità del mondo le tracce della fedeltà di Dio, le trovava appunto nelle soddisfazioni corporali, che non conoscevano interruzione. Ogni singolo cosciotto di montone gli avrebbe sicuramente procurato un sentimento di comunione con le cose, come è certo che due più due fa quattro.
Quale preghiera, quale meditazione avrebbe potuto destare una gioia altrettanto prevedibile?
Eppure c’erano poveri la cui pancia era vuota, e che non disponevano, come lui, di una tavola riccamente imbandita tre volte al giorno.
A questo il curato rispondeva che la sua pancia era il povero, i cui gridolini di fame giungevano al suo orecchio prima dei lamenti delle pance più lontane.
Certo, sapeva contenersi, sebbene una lieve rotondità dimostrasse il contrario. Ma per poter amare chiunque, magro o grasso che fosse, era opportuno somigliare un po’ all’uno e un po’ all’altro. La pancetta di troppo predisponeva il curato all’arte del perdono, come pure la sua inclinazione alla siesta pomeridiana o a un certo ozio mattutino.
Bisogna anche dire che il suo appartamento non era troppo riscaldato, e che un piccolo strato di grasso era il modo migliore per non sprecar legna. Alcuni peccati permettono delle virtù, e la miglior virtù è quella di fare la scelta giusta.
A ogni modo, per suonare le campane o impressionare un’assemblea con la sua presenza, al curato qualche chiletto faceva comodo. Il sovraccarico ponderale è sinonimo di inerzia. Ma l’inerzia, che è resistenza al cambiamento, è un primo passo verso i principi universali.
Qualche volta, certo, capitava che il curato cedesse al canto adulatore di un buon vino. Fu perciò rimproverato di mascherare con l’ebbrezza le profonde angosce umane, per contemplare in modo artificioso le bellezze del cielo e della terra.
Ma secondo il curato, il vino, che nasconde alla coscienza la sua parte cattiva, agisce come la vita religiosa che dirige l’uomo verso la bontà. Lo stato di ebbrezza non è affatto una menzogna, ma semplicemente un cambio di prospettiva.
Così, uno o due bicchieri di vino bianco al giorno gli consentivano di verificare lo stato della sua parte migliore.
È anche vero che era già capitato di avvistare il timorato di Dio, ed egli stesso lo confessava senza remore, mentre barcollava, in preda a un’enorme difficoltà di interpretare correttamente il mondo dal punto di vista filosofico, morale e fisico, tanto da non riuscire a ritrovare né la strada della fede, né quella della verità, né quella della sua camera.
Ma tali smarrimenti, che si dileguavano con la stessa spontaneità di come si fa giorno, avevano la funzione di consolidare la modestia del curato che, in tal modo, si privava completamente dell’eventualità di sentirsi superiore al prossimo.
Il consumo di vino e la frequentazione di una donna sono solo il modo in cui gli uomini vagheggiano Dio. Per questo i peccati della vita sono solo i sogni del giorno, mentre i sogni del sonno sono i peccati della notte.
«Il mondo è ben ordinato per ragioni pratiche», diceva a volte il curato, «ma è sostenuto da Dio, che è la grande follia originale. L’ubriachezza, mettendo in subbuglio l’ordine del mondo, permette di vedere Dio».
Capitava anche che, vittima di consistenti digestioni, prolungasse il riposino mentre i fedeli aspettavano l’apertura della chiesa.
Quando il curato apriva gli occhi e le porte, l’ora della messa era ormai passata. Le persone, accalcate, si precipitavano in chiesa. Erano trionfanti perché il curato era caduto in errore. Alcuni rendevano migliore la propria anima con il perdono, altri si facevano grandi mostrandosi indifferenti alla colpa, altri ancora sovrastavano il curato con rimostranze e lamentele; tutti approfittavano della situazione.
«Traendo beneficio dal mio errore mi sollevate», li ringraziava il curato, tagliando corto la predica perché si era fatta ora di pranzo.
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