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Primo quaderno
Non so perché scrivo oggi, nella solitudine in cui mi sono ritirato. Forse è una confessione giudiziale, una lettera alla mia famiglia, una prova nel caso fossi assassinato o, semplicemente, il mio testamento. Forse non è niente di quel che suppongo e quando avrò finito di scrivere questi ricordi che mi mortificano, li butterò nel cestino della spazzatura. Solo Dio sa che sarà di questi paragrafi e solo Lui sa che sarà di me, ateo fino a ieri.
Sono Tomas del Riego, un uomo che ebbe tutto e che è stato rovinato dalle impertinenze di una donna che lo ha fatto perdere. Lei si chiama Margarita Hesse e nonostante tutto il male che mi ha fatto, apparentemente per un’arteriosclerosi o una nevrosi o per un rancore nato dallo scoprire che le sono stato infedele con una ragazza che ha la metà della sua età, va dicendo ai quattro venti che mi ama. E così racconta a tutti che è la mia amante e mi svergogna pubblicamente parlando delle mie intimità che da settimane costituiscono un pettegolezzo quotidiano. Chiaramente, la conosce tutta la città, e quando dico «tutta» mi riferisco, naturalmente, a tutti coloro che si trovano al suo livello sociale e al mio.
Mi viene a cercare nel piccolo appartamento dove mi sono recluso, totalmente solo, senza nemmeno un maggiordomo, e io non la ricevo perché ho paura di ulteriori scandali. Margarita mi parla, senza muoversi dalla porta, dicendomi che tutto quello che è successo tra lei e me è derivato dagli intrighi delle sue odiose amiche e di gente cattiva, che lei sa che hanno voluto uccidermi per colpa sua, e chiede che la perdoni. Sostiene anche che lei non ha mai svelato il nostro amore, che devo andare a vivere a casa sua, oppure che potremmo scappare a Parigi, Madrid, o dove voglio, con tutti i suoi milioni. Mi dice, persino, che se amo un’altra, è disposta a perdonarmi e che darà dei soldi a quella tipa affinché non mi infastidisca e se ne vada per sempre. Stranamente, è gelosa di una sconosciuta ma non di mia moglie. Non le rispondo niente e resto seduto a terra appoggiato alla porta, ascoltando, incredulo, le divagazioni di questa donna, che fu così discreta, così colta, così delicata, e che, improvvisamente, si è convertita nell’essere più pericoloso che una mente malata possa creare.
Dopo anni in cui siamo stati amanti, ho perso il mio focolare, mi hanno buttato fuori del mio posto di ministro e il mio studio, che era così prestigioso e redditizio, si è convertito in un antro di fantasmi, dove non appare più nessuno. Ed è persino possibile che finisca in galera se arrivassero ad accusarmi di averla voluta assassinare. Io che non ho mai potuto uccidere nemmeno uno scarafaggio!
Posseggo una modesta fortuna della quale mi resterà ben poco. Mia moglie, così buona e così ricca, ora mi odia. Le mie figlie mi ripudiano. Domenica scorsa, quando mi sono imbattuto in Tania, la più piccola, finse di non vedermi. Quando mi avvicinai a lei, morto di paura, vidi che singhiozzava. Si girò e mi disse, guardandomi furiosa:
«Come hai potuto farmi questo? Come hai potuto infangare le tue tre figlie? Non lo sai che Lucrecia è stata abbandonata definitivamente da Arturo? Non sai che io non vado più all’università dalla vergogna?».
«Ti voglio bene, fu l’unica cosa che riuscii a dire e lei si mise a correre».
Sono sconcertato, abbandonato, desolato, e ancora adesso non riesco a capire come sia potuto succedere questo dramma. Ho persino pensato al suicidio. Ho pensato di uccidermi, sì, ma non voglio darmi per vinto alla demente. Perché spararsi per lei? Vale la pena impiccarsi a una trave per una donna malata? Lo scompiglio irruppe all’improvviso, esattamente il giorno dopo aver festeggiato i nostri vent’anni da amanti, sebbene io ne venissi a conoscenza solo tre settimane dopo. Ma che idea festeggiare due decadi d’amore! Se solo avessi saputo con chi andavo a letto durante tutti quegli anni! Però che sfacciataggine anche la mia!
Quella notte bevemmo insieme una bottiglia di champagne, cioè la bevvi io, perché Margarita bagna appena le labbra nel calice. Naturalmente bevemmo Dom Perignon, perché a me è sempre piaciuto il buon vino; mentre lei, anche se beve poco alcool, conosce perfettamente le marche. Nessuno la può ingannare sulla qualità di un whisky e ancora meno su quella di vini e champagne. Le regalai un braccialetto di brillanti che le piacque moltissimo, ma che poi lasciò su un ripiano un attimo dopo e se ne dimenticò. Non è che non dia importanza a queste cose materiali, solo che io le interesso più di qualsiasi oggetto di lusso. Ha montagne di gioielli, regali di suo marito, che la viziava in modo esagerato, che però usa pochissimo. E ha i gioielli che le ho regalato io durante tanti anni. Per esempio, un girocollo che le comprai da Tiffany nel suo primo compleanno, dopo essere rimasta vedova di Ferreti. Ma tutte queste cose, che farebbero felice qualsiasi donna, le conserva in una cassaforte. A volte, in occasione di una cena importante o in altre occasioni speciali, esibisce qualcuno dei suoi preziosi gioielli. Ma io, a casa sua, non l’ho mai vista ingioiellata. Solo qualche volta, con un anello. Non è la stessa cosa per quanto riguarda il suo fisico, perché non l’ho mai sorpresa trasandata. Porta sempre un impeccabile taglio di capelli e un trucco perfetto che fa risaltare in modo straordinario i suoi occhi azzurri.
Quella notte del ventesimo anniversario si ricordò nuovamente, ancora una volta, dello stupido flirt che avevo avuto con la ragazzina. Ritornò sull’argomento e io dovetti ripeterle tutta la storia, attento a non sbagliare niente. Avevo imparato a memoria il ruolo di don Giovanni in decadenza, perché se avessi cambiato il libretto ne sarebbe derivata una scenata. Infatti, ha una memoria prodigiosa, che ancora non so come si sia potuta alterare in un modo così sciagurato. La commedia che facevo nel recitarle il mio insuccesso con la ragazza era così convincente che alla fine le facevo pena. Per lo meno mi guardava con compassione. Così almeno mi sembrava, salvo che non facesse questa faccia, mentre magari avrebbe voluto uccidermi.
«Ma dicono che tu la baciavi, mentre ballavate», mi ripeteva.
«Le dicevo delle sciocchezze», rispondevo io. «Che vuoi che si possa fare con la musica assordante di una discoteca, bisogna avvicinarsi per parlare. E non dimenticarti che ho un po’ di gobba e mi chino un po’ per ballare».
Margarita mi guardava, bagnando le labbra nello champagne.
«Ah, svergognato!», mormorava. «Se io potessi fare ciò che fai tu! Ma si capisce, Margarita Hesse è una signora e perciò può amare un solo uomo, chiusa in casa e senza che nessuno lo sappia. Nemmeno le sue amiche! Proprio io, quella che le amiche martirizzavano dicendole che aveva sprecato la sua gioventù ricordando il marito scomparso. Il povero Guglielmo, Dio mio! Solo quando viaggio insieme a te, lontano da qui, riesco a sentirmi più libera, e nemmeno così sto tranquilla perché non manca mai qualcuno che ci riconosca a Parigi, o a Buenos Aires o ad Atene. Che persino in un ristorante di Praga ti si avvicini qualche conoscente è orribile! E come sono indiscreti! Come chiedono di tutto!».
Io restai in silenzio, tamburellando con le dita sul tavolo. Volevo fischiettare, poi ricordai che Margarita diceva che non c’era niente di più volgare che fischiare. Che era il colmo della maleducazione.
«E tu, poverino, che hai più paura di tua moglie che un topo di un gatto! E per giunta, con pretese di conquistatore. Immagina un po’, con ragazzine in discoteca! Solo quando sei ubriaco. Quando sei un rapace ubriaco».
Bevvi una coppa di champagne fino in fondo, senza aprire gli occhi. Sentii le bollicine arrivare al naso e sulla fronte, producendo una bellissima sensazione di freschezza.
«Smettila di ricordare queste sciocchezze», le dissi. «E proprio in una notte come questa. La cosa importante è che ti ho amato e mi hai amato. Che ti ho fatto felice, mentre tuo marito era un disastro a letto. O per caso non è vero? Non è vero che mi hai detto che la prima volta che sei stata con me sei quasi impazzita?».
Continuai a bere. Mi sentivo allegro e vivace.
«La cosa certa è che non ci fu mai paragone tra me e il povero Ferreti, no?».
Margarita, con un viso malizioso mi abbracciò di spalle e barcollando mi portò nella stanza da letto dove facemmo l’amore. Alla mia età fare l’amore non è più un gioco qualsiasi. Bisogna amministrarsi bene perché se la cosa finisce rapidamente, non c’è, come prima, la ricarica. E un’altra cosa grave è l’erezione, che a volte mi fa fare figuracce e mi fa venire una rabbia che mi manda fuori di me, per il divertimento di Margarita che muore dalle risate. Ma, insomma, sto ancora bene per gli anni che ho e nemmeno a parlarne di Margarita. In tutto questo tempo sarebbe potuta essere cambiata molto, invece è ancora bellissima. Ha carni sode e sa amare perché le piace il sesso. Solo ora mi rendo conto in che guaio mi sono cacciato e quanto mi costerà l’amore di questa donna così bella e così strana.
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