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Prefazione
Henri Michaux affermava che «la notte si muove». Per Louis Guillaume, «la notte parla». Ma quale notte? Di certo non la notte elettrica dei surrealisti, ma quella dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici e in parte, forse, anche quella della via lattea e degli abeti sotto la neve di Apollinaire. L’autore di Sônes d’Armor, di Noir comme la mer e di Étrange forêt rimane legato alla Bretagna, paese di antico immaginario dove, tra nebbia e foreste, leggenda e realtà poco si distinguono, e dove con i periti in mare il contatto è forte quanto quello con i viventi. In questo paese si ritrovano le origini del poeta, e qui si è svolta la sua infanzia. Egli pone la sua vita al centro di una continuità di cui la morte traccia gli orizzonti, uno verso il passato, l’altro verso il futuro. Orizzonti penetrabili e che tuttavia limitano lo sguardo, come la foresta che il più delle volte fa da sfondo alla scena. Il «margine della foresta dove nessun uomo si arrischia» è nel contempo un «limitare» le cui radure sono disseminate di rocce e di menhir «al chiarore della luna», che lo rendono simile al mare, con le sue «grandi sagome di scogli con lo zoccolo affondato» e il colore latteo della foschia. A dire il vero, più che paesaggi reali, entrambi rappresentano il cerchio immaginario al centro del quale si colloca l’individuo, che si rigenera perfino nel suo presente universo cittadino: «La foresta, il mare, l’infanzia, il chiarore si portavano davanti alla mia ombra attraverso i vicoli oscuri che formavano la città».
Chiarore livido, come la luna, la nebbia, le rocce, i licheni. «Lo strano barlume del sonno» è un film in bianco e nero. Per associazione, la neve e la brina ricoprono sovente i paesaggi, fissandoli nei loro riflessi immobili: «L’argento grigio dell’inverno patinava ogni cosa». Hanno un effetto calmante, come il «balsamo del chiaro di luna», che «si spalma sui sassi, leviga la sabbia, si stende sull’erba del greto». Immerso in questa bianca dolcezza, il poeta stesso ne diventa parte: «Io ero quella via lattea di armonia». Una via, ancor prima di essere voce; al centro del sogno, il poeta si sente come al centro del mondo, più appagato che smarrito. Certo, si rappresenta «solo a bordo» di una barca «sola in mezzo all’immensità buia», rivestito dalla «fragile corazza» del tempo, ma nondimeno il suo sguardo è rapito e il desiderio magnetizzato da un segno, sia esso un’ancora che riluce nella profondità dei flutti, l’improvvisa trasparenza che rivela il cuore che batte di un vecchio menhir, o gli «uomini invisibili» di cui paradossalmente percepisce la presenza «a migliaia di leghe… proprio di fronte a [sé]». Tanto da affermare di trovarsi, in quei luoghi, di notte, al centro di un «meraviglioso caleidoscopio».
Tutt’a un tratto, la visione si trasforma in rivelazione. È la donna che per tutta la vita ha contemplato senza vedere che d’improvviso si «avvicina al vetro dei [suoi] sogni». Scorge il cuore del menhir, un «grande orologio» dove poter seguire «il pulsare dei secoli». L’immobilità recettiva del sognatore permette allora l’accesso. «Non più tetti, non più focolari. […] Il cancello si apre sul largo». Alla lieta sorpresa segue un’azione di cui il poeta rivendica rischi e responsabilità: «Assumo da solo il rischio di questa scalata verso gli altipiani dove non esiste sera né mattina…». La totale assenza di riferimenti temporali che delimitino la notte è indice dell’abbattimento del confine tra sogno e realtà, dei limiti del corpo e del mondo, dell’«io» e del «tu», del linguaggio e delle cose: «Diventavamo la lingua degli scogli, l’oblio della sabbia, il cuore delle crepe». Si tratta di un accesso all’Altro, che può essere tanto la donna amata, quanto il lato nascosto di se stesso, o il luogo di una comprensione nuova, che più che una risposta è una diversa prospettiva da cui poter esaminare la questione.
In particolare, svaniscono i limiti che l’esclusione dei contrari comporta nella vita di tutti i giorni. Gaston Bachelard era a questo proposito particolarmente sensibile, e il 4 dicembre del 1956 scriveva a Louis Guillaume: «Lei fa del fuoco un’acqua limpida. […] Sono finiti i tempi delle monoimmagini». In La fiamma di una candela esprime la forza che trova nel «rogo di linfa» che designa «la vecchia quercia»: «Rogo di linfa, parole mai dette, seme sacro di una lingua nuova che deve pensare il mondo con la poesia». In questo universo allargato, dove coesistono tutti i possibili, le fustaie sono «limpide», le pietre cantano, un paesaggio può essere «un deserto di presenze e di attese», ci si può scoprire «ricchi di ciò che abbiamo perso», e perfino ritrovare se stessi, non come uomini usati e disillusi, ma come bambini che si meravigliano di fronte al futuro: «Forse sono io quello che ho appena incontrato, là, sulla soglia della vita». E si può anche dire alla donna amata: «Tu sai che mai tornerò e che, tuttavia, sarò sempre qui».
Ma è un incontro effimero: questi istanti di pienezza durano quanto un sogno. «In un attimo colgo il senso di ciò che mi accade. […] Ma tutto svanisce. Sono cieco». I segni si confondono tra loro, le presenze si fanno sfumate, torna la solitudine, la realtà impone di nuovo i suoi limiti. La notte non rivela più niente, è solo assenza di luce e riferimenti: «E all’improvviso, quella fu la notte in cui scintillavano le luci acide della città, la notte desertica dove ancora vaghiamo». Ma l’esplorazione non è stata vana. «Svuotato, oscuro, liberato, potei finalmente vivere […] come un vivente che si stupisce di respirare, e altra certezza non ha, ormai, se non di morire». Tale è il potere del sogno, ma tali sono anche i suoi limiti: dà breve luce, ma non lascia conquista alcuna. Va troppo veloce perché gli si possa star dietro e, nell’inseguirlo, ci perdiamo noi stessi di vista. Dà accesso a un altrove da noi stessi, che tuttavia non può essere fissato nella lingua del qui. L’ultimo testo parla di tale paradossale situazione del poeta, che più di ogni altro ha la parola sulla punta della lingua, ma quando si appresta a scriverla si accorge di averla persa. La notte parla ma non dice niente.
Per cercare di esprimere queste esperienze incerte preservando la parte incontrollata che ne costituisce la rivelazione, Louis Guillaume perfeziona uno strumento su cui si sofferma in particolare alla fine degli anni Cinquanta: il poema in prosa. Adotta il verso regolare e il verso libero, nel 1958 pubblica Hans ou les songes vécus, un romanzo il cui titolo si riferisce a quel viavai tra sogno e realtà che suscita tutto il suo interesse. È dunque alla ricerca di una forma che permetta una diffusione senza vincoli, per evitare di scivolare irreversibilmente nell’onirismo, perché il suo scopo resta quello di vedere giusto ed esprimere correttamente. E quella forma potrebbe essere proprio il poema in prosa, che non deve attenersi ad alcun protocollo, ma che nell’esperienza fissa i limiti del suo valore. Guillaume espone le sue riflessioni durante la conferenza alla Sorbona del 27 febbraio 1960, in piena preparazione de La notte parla, che sarà pubblicata un anno più tardi: L’évolution du poème en prose d’Aloysius Bertrand à nos jours. Definisce questo genere uno strumento che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta «un ponte tra simbolismo e surrealismo». Gli attribuisce i tre caratteri che più emergono dalle esperienze descritte in La notte parla: organicità del testo, infondatezza di fronte a qualsiasi tentativo narrativo o dimostrativo, brevità. Sono istantanee che non hanno la pretesa di apparire coerenti, ma ciascuna di esse è un flash sul mistero del nostro essere al mondo, nell’«eternità senza parola» da cui il poeta strappa, frammento dopo frammento, ciò che può essere detto.
Jean-Yves Debreuille
Estratto da
La fiamma di una candela
Rari poeti sanno rendere il germe stesso di una immagine, una immagine-germe o un germe-immagine, in modo ancor più condensato di una sentenza poetica. A testimonianza della fiamma che arde nell’intimo di un albero, promessa di una vita sfavillante, nel poema La grande Quercia, con tre parole Louis Guillaume ci colma di fantasticherie: «Rogo di linfa», scrive per decantare il grande albero.
«Rogo di linfa», parole mai dette, seme sacro di una lingua nuova che deve pensare il mondo con la poesia. La sentenza poetica è a discrezione del lettore. Mille sentenze poetiche sogneremo, sognando quel rogo igneo che dona forze di fuoco al re degli alberi. Destato dalle mie vecchie immagini dal dono di questo poeta, per me io serbo la grande immagine del grande essere contratto da sofferenze, come Laocoonte, e sognando tanta linfa che sale e arde, sento che l’albero è un portafuoco. E alla quercia il poeta predice un grande destino. Quella quercia è l’Ercole vegetale che, in ogni fibra del suo essere, nella fiamma di un rogo prepara la sua apoteosi.
Da quel nodo di forze ostili nasce un mondo di contraddizioni cosmiche. Con tre parole Louis Guillaume ha legato fuoco e acqua, celebrando così un grande trionfo della lingua. Solo il linguaggio poetico può essere tanto audace. Siamo davvero nel campo della immaginazione libera e creatrice.
Gaston Bachelard
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