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ALL'INTERNO DEL COMBAT 2010PRIZE (Livorno)
SUPER-VISIONI
Sabato 8 maggio, ore 16-17.30
“Insegnare l’arte?”: incontro con il curatore e critico d’arte Alessandro Romanini, l’artista Omar Galliani e il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Marco Baudinelli.
Sabato 15 maggio, ore 17-18
“Dinamiche del Sistema Arte rispetto alla realtà”: incontro con il critico d’arte e giornalista Attilio Scarpellini, fondatore di Lettera 22 e autore del libro L'angelo rovesciato. Quattro saggi sull'11 settembre e la scomparsa della realtà (Edizioni Idea).
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PROGRAMMA DEGLI EVENTI COLLATERALI
«SUPER-VISIONI» è il titolo che riassume il ciclo d’incontri che si svolgeranno, tra il 7 e il 16 Maggio nella sede settecentesca dei Bottini dell’Olio di Livorno. Una serie articolata di dibattiti e interviste in cui personalità di spessore e conosciute (artisti, direttori di musei, curatori, critici e storici dell’arte) guideranno lo spettatore attraverso un’analisi a 360 gradi sull’attuale sistema dell’arte, mettendone in luce difetti e contraddizioni ma avviando anche riflessioni ed ipotesi per un suo – possibile?– cambiamento.
SUPER-VISIONI
Sabato 8 maggio, ore 16-17.30
“Insegnare l’arte?”: incontro con il curatore e critico d’arte Alessandro Romanini, l’artista Omar Galliani e il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Marco Baudinelli.
Domenica 9 maggio, ore 17-18
“Esperienze del contemporaneo in Toscana”: sarà protagonista Maurizio Vanni, direttore del museo L.U.C.C.A. (Center of Contemporary Art)
Venerdì 14 maggio, ore 17-18.30
“Il fantasma della pittura”: incontro con il curatore e direttore artistico di Kunst Merano Arte e direttore di ARTKEY Valerio Dehò
Sabato 15 maggio, ore 17-18
“Dinamiche del Sistema Arte rispetto alla realtà”: incontro con il critico d’arte e giornalista Attilio Scarpellini, fondatore di Lettera 22 e autore del libro L'angelo rovesciato. Quattro saggi sull'11 settembre e la scomparsa della realtà (Edizioni Idea).
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Attilio Scarpellini, L’angelo rovesciato, Edizioni Idea
Quattro saggi per indagare quel che resta dell'arte al tempo dell'iperrealismo dello spettacolo, del passaggio dalla realtà ai reality, che rendono impossibile pensare il mondo o pensare un mondo diverso da quello in cui siamo immersi.
Un coro di polemiche seguì la famosa affermazione di Stockhausen che definiva l’11 settembre «la più grandiosa opera d’arte mai realizzata». Eppure, al di là del suo cinismo, la frase del celebre compositore centrava l’intricato (e incestuoso) rapporto che la realtà ha da tempo intrecciato con la sua immagine mediatica e con l’arte. Un rapporto che, ormai sfuggito dalla sfera della pura rappresentazione, ha finito per intaccare il reale nella sua stessa attestazione di esistenza.
Il crollo delle Twin Towers, nella sua spettacolarità, non faceva altro che ricordarcelo, e un coro d’artisti e critici (in Italia Vittorio Sgarbi) ha sottolineato come quella sequenza di immagini, riprodotta ossessivamente sulle nostre tv, ha da tempo trasceso la dimensione di documento per assurgere a quella di immaginario. Non è un caso allora se un critico teatrale e letterario come Attilio Scarpellini abbia incentrato la sua riflessione sulla «scomparsa della realtà» proprio attorno all’11 settembre.
L’angelo rovesciato [edizioni Idea, 152 pagine, 18 euro] raccoglie quattro saggi i cui spunti risalgono ad alcuni articoli apparsi su varie riviste tra il 2003 e il 2008 – tra queste, il mensile Carta Etc. Quattro angolazioni che disegnano mirabilmente un’unica spirale lungo la quale l’immagine si sostituisce alla realtà, in un moderno processo di reificazione (la sua forma finale, sottolinea Scarpellini citando Debord) che è «più reale del reale» – «More than reality» si intitola appunto l’ultimo dei saggi – proprio mentre della realtà celebra la sua scomparsa.
Cosa c’entra l’arte? C’entra eccome (non a caso il titolo del saggio si riferisce a un’opera d’arte, la serie di statue iperrealiste dell’artista Duane Hanson). Perché nei paradossi che l’arte si trova ad affrontare è possibile leggere con chiarezza i meccanismi della società del «controllo continuo e comunicazione istantanea» (Deleuze), dove il paradigma del Grande Fratello non è più (o non solo) quello della distopia orwelliana, quanto piuttosto – osserva acutamente Scarpellini – l’introiezione giocosa di una società basata sulla segregazione e l’esclusione. Il gioco, forma primaria di apprendimento, è (per converso?) anche uno degli orizzonti dell’arte performativa, così come il paradosso lo è di quella figurativa.
«Il reality tende alla realtà della vita come l’arte iperrealista tende a quella dell’oggetto o della figura: inficiandola per allucinazione fino a rendere indecidibile ogni suo rapporto con la verità», scrive Scarpellini – ed è intuitivo come questo paradigma, applicato alla politica del privato che si fa pubblico, renda il concetto di verità un cimelio obsoleto del dibattito pubblico. E l’arte, che un tempo deteneva il monopolio delle immagini, oggi si trova a rincorrere il reale, incapace di rispondere alle (assai più ficcanti) provocazioni lanciate dalla realtà – come ha osservato il regista Fabrizio Arcuri.
Cosa resta della provocazione e dell’iconoclastia, parole d’ordine delle avanguardie del Novecento? In molti casi gli odierni alfieri dell’arte maudi oscillano tra uno spuntato radicalismo da salotto e una sagacia di stampo decisamente pubblicitario. Lo ha notato il critico e artista Gregorio Botta, nel suo isolato attacco al Futurismo di ritorno (che, guarda un po’, si verifica giusto durante il centenario dell’unica avanguardia italiana, a ribadire la profonda inclinazione «museale» dell’intellighenzia di casa nostra).
D’altronde, osserva Scarpellini con Baudrillard, questa funzione dell’arte ci parlava del mondo fino a quando l’arte è stata «una sorta di alternativa drammatica alla realtà. Ma che cosa può significare l’arte in un mondo già iperrealista, cool, trasparente, pubblicitario?». Certamente assai poco. Al massimo può continuare con il suo gioco degli equivoci, esemplificato dalla divertente storiella di Žižek, dove il filosofo sloveno scambia i lavori della metro di Berlino per un’imponente istallazione postmoderna. Di cosa ci parla questo gioco di specchi ripetuto all’infinito, fino a perdere cognizione dell’oggetto reale che produce la catena delle immagini? Probabilmente di nulla, se non dell’estrema difficoltà con cui l’arte prosegue il suo discorso sul mondo, mescolandosi ai meccanismi che vorrebbe criticare, e svelando così – dice Scarpellini con Žižek – una «paradossale identità degli opposti». Un’impasse che a suo tempo Scarpellini ha decriptato lucidamente comparando il discorso sulla realtà e la tv fatta da Andrea Casentino, anti-narratore che utilizza i semplici e poveri mezzi del teatro, con quello iperbolico e tecnologico del Big Art Group di New York, dove l’esposizione della realtà criticata diventa indistinguibile da una sostanziale adesione estetica ad essa.
Botta stigmatizza questa impasse «da pensiero debole» ricordando come le avanguardie siano nate assieme alle grandi utopie, quando ancora «si osava pensare il mondo». La più folgorante esposizione di questo atteggiamento, nota Scarpellini, la si può ritrovare nel pensiero di Artaud, dove emerge l’idea che «l’arte debba confrontarsi con le forze illimitate che stanno per sconvolgere il mondo e ricreare la storia». Ma se, osserva Botta, dopo che il sogno delle utopie si è trasformato nell’incubo dei totalitarismi nessuno ha può avuto il coraggio di pensare la realtà, Scarpellini si spinge oltre indicando come gli effetti di questa paura abbiano spinto un pezzo del mondo dell’arte ad essere «alleato dei propri becchini» – secondo una lucida definizione che dà Kundera del postmodernismo – divenendo il maestro di cerimonie della scomparsa della realtà. Una scomparsa a cui non fa seguito alcuna trasformazione.
Il cerchio del ragionamento si chiude a ritroso, nel primo (anche cronologicamente) dei saggi, quello che dà il titolo al volume, dove Scarpellini traccia il rapporto tra arte, società e morte. La società dello spettacolo elude la morte, occultandola sotto il tappeto dell’edonismo. Il vero scandalo del terrorismo, allora, è quello di far tornare con prepotenza il disastro nello spettro delle possibilità.
Ma il suo «realismo mediatico», il suo essere pensato appositamente per fare colpo in tv, rende la sua rappresentazione immediatamente seduttiva. Ma non avviene altrettanto con la sua rappresentazione artistica: è esemplare, da questo punto di vista, la messa in scena della strage al teatro Dubrovka fatta dalla Fura dels Baus e citatata da Scarpellini, dove nessuno spettatore si scomponeva più di tanto, perché quelle scene non erano paragonabili a quelle che ci hanno tenuti con il naso incollati allo schermo. Un tempo, con la sua distanza dall’oggetto, la rappresentazione artistica garantiva la gusta posizione per pensarlo. Oggi, che l’arte insegue inutilmente la rappresentazione mediatica nella sua ossessione di vicinanza, di totalità, di «full experience», questa sua capacità si annulla. E l’arte, un tempo forse l’unico possibile discorso «laico» sulla morte e il senso della vita, ammutolisce.
Oppure, come osserva Scarpellini, «l’arte sposa il terrore, o se ne appropria, per annullarsi in esso». L’11 settembre 2001, vero fischio d’inizio del XXI secolo, ne è la sintesi più completa, con il suo corredo di simboli e dietrologie, evento catastrofico e artistico (?) dove «la crudele strizzata d’occhio che l’iconoclasta rivolge all’iconolatra, il terrorista alla società dello spettacolo, [è] l’unico complotto degno di essere registrato».
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Leggi tutto... [IL SILENZIO DELL'ARTE DI GRAZIANO GRAZIANI, "CARTA", 23/29 OTTOBRE 2009]
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di Katia Ippaso
Le immagini si schiantano nel proprio vortice: esplosioni, fiamme, corpi che seducono e corpi che cadono, senza attrito: sacrifici estetici, che saturano la vista e fanno scivolare nelle vene una droga visiva capace di uccidere lentamente. Il condannato (lo spettatore) ne chiede ancora e ancora. A tutti piace vedere la morte bella, e nessuno pensa che sta fissando la propria. Perché l'uomo che precipita dalle Twin Towers con le gambe ad angolo non è vero, le fiamme non sono vere, e neanche gli aerei.
Il montaggio delle attrazioni non ha fine e invece di perpetuare "la guerra con altri mezzi" si riproduce solo "lo spettacolo con altri mezzi". Le emozioni si ibernano, il ritmo è tutto, e chi se ne frega degli altri: gli altri non sono che figurine di un cielo iper-sonorizzato che dispensa morfina colorata. Una pletora di esteti nichilisti maniaci pazzi e incoscienti grida al capolavoro (Stockhausen parlò di «perfetta esecuzione» il giorno dopo la caduta delle Torri): alla fine, non c'è guerra né realtà, ma solo sguardo accecato. Il libro di Attilio Scarpellini, saggista e critico teatrale, L'angelo rovesciato - quattro saggi sull'11 settembre e la scomparsa della realtà (Edizioni Idea, euro 18), si pone con lucidità e pìetas un problema ineludibile - la sparizione della realtà, appunto - che forse proprio in quanto ineludibile viene eluso da tutti: non una parola da parte dei grandi giornali (e neanche dei piccoli), non un cenno dai colleghi. E allora noi ci chiediamo: di che cosa si occupa in Italia la critica, quali eterni favori è intenta a scambiarsi, da quanto tempo non cerca per conto suo anche tra le case editrici piccole un guizzo, un'infrazione alla norma, un pensiero costruttivo che non flirti con il girotondo dissanguato delle immagini e delle parole isomorfe alle immagini?
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Leggi tutto... [L'angelo rovesciato, un pugno alla critica, "Altri", 25 0ttobre 2009]
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Analisi di un paradosso: trionfa l'estetica, entra in crisi il carattere oggettivo del "bello"
Il libro di Yves Michaud L'arte allo stato gassoso, è una lettura consigliata anche agli architetti nonostante l'autore sia un filosofo di professione e nel libro parli solo di due edifici: il Museo d'arte contemporanea installato a Parigi nel Palais de Tokyo e il Guggenheim di Bilbao. [...] La tesi è espressa chiaramente nel titolo: viviamo in un periodo di trionfo dell'estetica, in un mondo in cui tutto deve essere bello. [...] A un aumento generalizzato del coefficiente di bellezza corrisponde, però, paradossalmente, una diminuzione di opere d'arte che ne incarnano l'idea...
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Leggi tutto... [Luigi Prestinenza Puglisi, L'arte (e l'architettura) allo stato gassoso, "Il Sole 24 ore"]
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16 aprile 2009
«Questo saggio vuole essere la diagnosi della trasformazione di un’epoca in un’altra, senza nessun tipo di polemica, e soprattutto con la distanza e l’ironia dell’analisi, ma anche con i dubbi dello scetticismo». Così Yves Michaud introduce il lettore al suo saggio “L’arte allo stato gassoso”, Edizioni Idea, Roma, 2007. Viviamo, dice l’autore, «in un nuovo mondo dell’esperienza estetica e dell’arte, in cui l’esperienza estetica tende a dar colore alla totalità delle esperienze, dove la vita stessa deve adeguarsi alla bellezza, e l’arte diventa un profumo, un ornamento». Ciò non significa che essa muoia, ma che si trasformi in «etere artistico». Chiedendosi per quale motivo ciò accada, Michaud intende anche spiegare i fenomeni del trionfo dell’estetica e della «vaporizzazione dell’arte» nell’epoca contemporanea, cercando di delineare il possibile avvenire per la produzione e la ricezione dell’arte stessa.
L’analisi si suddivide in quattro capitoli. Il primo propone un’indagine di tipo etnologico ed etnografico. Michaud pare consapevole delle ambiguità e incertezze a cui questo tipo di sguardo si espone. Le riflessioni che propone sono in ogni caso le seguenti: a) tra arte contemporanea e pubblicità sussiste una sorta di connivenza e confusione (potremmo dire una reciproca sovrapposizione tanto di contenuto, quanto di forma e di metodo); b) si assiste al continuo riciclo degli stessi temi, tanto da poter affermare che «la nostra cultura è una cultura della copia»; c) da tempo si verifica una sovrapposizione di ruoli tra amministratore, commissario e agente pubblicitario, le cui figure sono riunite nella stessa persona; d) mutano le relazioni di affinità tra le arti: se l’arte moderna era in stretto rapporto con la poesia, la letteratura, il cinema, l’architettura, quella contemporanea opera in sintonia con gli interessi dei creatori di moda (in cui rientrano anche i designer e i promotori di musica techno e DJ). In questo senso, afferma Michaud, «l’elemento centrale è lo stile in costante rinnovamento, che dà una sensazione di immersione nel flusso temporale, con l’illusione di un presente che non passa mai a furia di rinnovarsi».
A tutto ciò si aggiunge il fatto che gli artisti contemporanei non si preoccupano più del pubblico. E ciò «anche quando tutta la loro arte è relazionale e transazionale. Trascorsa la sera del vernissage, le installazioni relazionali diventano luoghi abbandonati: lo studio televisivo ha funzionato solo la sera dell’inaugurazione ufficiale, il pasto per i poveri non viene più servito e l’artista è già ripartito per altre opere (buone)». Verrebbe da chiedersi se l’arte debba necessariamente preoccuparsi del proprio pubblico. Michaud ne accenna di sfuggita, ma non è questo il punto. Il fatto paradossale, secondo l’autore, è che la produzione artistica «si differenzia poco dai prodotti consumati dal pubblico della cultura popolare commerciale». Bene, ma se questo è il punto, allora non potrebbe essere che tutto ciò abbia qualcosa a che fare con la mercificazione generalizzata della cultura e del sapere, conseguenza dell’azione del denaro come unica misura di valore paradossalmente di natura a-valutativa? E se ciò fosse vero, non sarebbe il caso di esprimere qualche giudizio critico in merito, senza limitarsi ad ironizzare su un aspetto della realtà che coinvolge in modo diretto, e con esiti che sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti, l’annientamento, fra le altre cose, della capacità di pensiero critico? Non è un problema se l’arte non si preoccupa del proprio pubblico. Oggi più che mai non se ne dovrebbe preoccupare ma unicamente perché una fra le sue funzioni dovrebbe essere quella di incarnare un’azione di contestazione nei confronti di una logica di corruzione e mercificazione.
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Leggi tutto... ["L'arte allo stato gassoso di Yves Michaud" di Diego Caramma da Spazioarchitettura.ch]
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