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Da “L’Indice” di ottobre
Manfredo Kempff, San Diablo di Silvio Mignano
In Bolivia, terra di altipiani sconfinati e di cordigliere che superano i seimila metri, si aprono savane afose e squarci di foresta tropicale, dove piante dalle foglie larghe stillano gocce di linfa o di rugiada come il sudore che imperla i corpi di persone e animali. È la Bolivia di cui pochi conoscono l'esistenza, la metà e oltre del territorio del paese sudamericano che giace quasi al livello del mare, tra l'Amazzonia e le pianure del Chaco. Santa Cruz de la Sierra ne è il cuore: piccolo villaggio fondato dai gesuiti pochi anni dopo la conquista, per secoli immobile nelle sue limitate dimensioni di centro di allevamento del bestiame e rifugio di esiliati di ogni sorta, poi esploso negli ultimi decenni fino a diventare la città più grande della Bolivia, con quasi due milioni di abitanti che ne affollano le strade perlopiù ancora di terra battuta, tra casupole che crescono dall'oggi al domani, fatte di assi di legno, di pareti di lamiera, di tetti di zinco, tra un albero di mango e una pattuglia di maiali al pascolo.
Di questa Bolivia è cantore ineguagliato Manfredo Kempff, uomo politico, ex ministro, scrittore fecondo e appassionato: dalla sua tastiera nascono personaggi leggendari, plasmati nell'argilla grassa della terra tropicale, lanciati a folle velocità in avventure dissacranti o piantati in mezzo a una strada, immobili come statue che si lasciano scorrere addosso gli eventi, precipitosi come la pioggia di queste latitudini, che più che irrigare i campi dilava via l'anima.
San Diablo è un'epopea dei sensi e allo stesso tempo una galleria di tipi eccessivi e grotteschi, che in parte ricordano un medioevo che in questa parte del mondo non è mai esistito: personaggi di un Decamerone tropicale, che espongono senza pudore le loro follie, i loro difetti fisici e caratteriali, e li trasformano nella propria forza, in strumenti per attraversare l'esistenza.
Osvaldo Bazán, un uomo mite, timido scribacchino d'ufficio comunale, con due orecchie spaventose, enormi e pelose come quelle di un pipistrello amazzonico (donde il nomignolo di Orecchione), che nasconde sotto i vestiti sgraziati e fatti di una stoffa troppo pesante per il calore tropicale il segreto di una mascolinità esuberante, iperbolica. Sua madre, doña Zoraida, mezza strega e mezza beghina, che si è costruita un proprio panteon personale, concedendo benedizioni, scagliando maledizioni e convivendo per anni con i corpi del marito e delle amate, bellissime figlie, tutte morte illibate prima della piena maturità. Luciano Salvatierra, un fannullone incline alle sbornie e alle risse, donnaiolo impenitente, musicista da strapazzo eppure di talento, che a un certo punto della sua vita subisce la propria inclinazione da satiro più come una condanna che come un gusto. Questi e altri sono personaggi che restano incisi nella memoria del lettore perché descritti – raccontati – senza ipocrisie, senza preconcetti morali o ideologici: le loro azioni non sono giuste e sbagliate, sono dettate dal corpo prima che dall'intelligenza, sono un parto dei sensi ingigantiti dalla lente d'ingrandimento dell'afrore tropicale.
Uno dei meriti di Manfredo Kempff è raccontare storie come quella di San Diablo senza cadere nel linguaggio ridondante e a volte retorico dei (cattivi) seguaci del realismo magico. Cosciente che il tempo degli Aureliano Buendía o dei Garabombo è finito, Kempff si fa cronista elegante e lucido di storie che sono reali e concrete anche quando sembrano soccombere all'immaginazione, come non può non essere in una terra di superlativi e di esagerazioni qual è la Bolivia.
Un altro pregio di San Diablo è l'umorismo, inclinazione non sempre presente nella letteratura sudamericana, perfino nella migliore: Kempff sa ridere e sorridere anche nel mezzo di una storia intensa e drammatica, senza chiedersi, una volta ancora, dove sia il giusto e l'ingiusto: ai lettori, se ne hanno voglia, giudicare il comportamento dei personaggi, all'autore viverli e farli vivere.
Il romanzo di Manfredo Kempff può essere per il lettore anche l'occasione di avvicinarsi a una delle letterature meno conosciute in Italia, quella boliviana, che pure sta vivendo, quasi parallelamente agli sviluppi sociali e politici del paese sudamericano, una stagione allo stesso tempo di crescita e di intenso ripensamento, alla ricerca di nuove modalità espressive che vadano oltre la tradizione e il folclore, senza rinunciare tuttavia alle particolarità di una terra unica.
Da noi sono fin qui giunti pochi titoli, tra i quali spiccano – oltre al precedente Margarita Hesse dello stesso Manfredo Kempff (Idea, 2008) – il fluviale romanzo Felipe Delgado di Jaime Saenz (Crocetti, 2001), classico del secondo Novecento, La materia del desiderio di Edmundo Paz Soldán (Fazi, 2008), l'autore contemporaneo più letto del paese, e Mondo Noir di Wilmer Urrelo (Estemporanee, 2008), giallo letterario di un autore colto e giovanissimo, del quale si sentirà parlare in futuro. Ma il panorama boliviano è ben più ricco, e va da Alfonso Cárdenas, autore raffinato e sperimentale (il suo Periférica Boulevard è una sorta di Pasticciaccio brutto dei bassifondi di La Paz, con uno straordinario pastiche di linguaggi alti, dialettali e gergali) al solido e arguto Juan Claudio Lechín (vincitore con La gula del picaflor del Premio Nazionale nel 2003), dall'affermato Gonzalo Lema (a sua volta Premio Nazionale nel 1998 con La vida me duele sin vos) a due giovani speranze quali Willy Camacho (geniale ed esilarante il suo El misterio del Estido) e Rodrigo Hasbún, del quale è appena uscito El lugar del cuerpo e che è stato indicato tra i dieci migliori autori della nuova letteratura latinoamericana dalla rivista di Francis Ford Coppola "Zoetrope".
Silvio Mignano
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