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Recensione di Giuseppe O. Longo
Siamo entrati nell'era digitale ed è nata una generazione di giovani che, formatisi sulle nuove tecnologie - computer, videogiochi, telefonini, internet - , le usano con grande disinvoltura e insieme con profonda indifferenza per i loro meccanismi profondi, attenti solo al loro utilizzo opportunistico. Gli autori considerano questa generazione, che chiamano Homo Zappiens (HZ), catalizzatrice e protagonista di cambiamenti essenziali nel nostro modo di vedere il mondo, di comunicare e di apprendere. In particolare, gli HZ indurranno una profonda metamorfosi nella scuola, che sarà obbligata a rinnovarsi e ad abbandonare la struttura tradizionale per la robusta concorrenza di Internet, protagonista di un incremento impressionante (e accattivante) dei flussi d'informazione, che per la vecchia generazione è un sovraccarico, ma che per HZ è un ricco giacimento nel quale reperire i dati di volta in volta utili.
Il libro affronta due temi: la descrizione di HZ e le proposte relative alla scuola adatta a HZ. I giovani nati e cresciuti all'ombra delle tecnologie mentali sono abilissimi nel gestire il flusso di informazioni che circola nei nuovi media, nell'intrecciare le comunicazioni faccia a faccia con quelle virtuali e nell'interagire con i loro interlocutori connessi in rete per risolvere in modo cooperativo i loro problemi. Infatti HZ apprende esplorando e giocando, cioè trasferendo le tecniche dei videogiochi a problemi di varia natura e impadronendosi di conoscenze che non fanno più parte di un canone scolastico fisso ma sono negoziabili e mutevoli a seconda del contesto e delle circostanze. Secondo Veen e Vrakking, questa capacità di apprendimento flessibile sarà utilissima a HZ nella società della conoscenza “liquida” che si profila, caratterizzata da indeterminatezza e instabilità, dall'apprendimento continuo e dalla necessità di imparare e disimparare rapidamente.
A scuola HZ manifesta un tempo di attenzione breve, un comportamento iperattivo, un'indipendenza nell'apprendere e un'impazienza cognitiva. Ciò fa dello scolaro HZ un soggetto difficile ma stimolante, che impone metodi nuovi e originali di insegnamento. E la scuola si deve adattare perché la società che si annuncia avrà bisogno di persone capaci di affrontare la complessità, la mutevolezza, l'adattamento e l'incertezza. E' una visione utilitaristica, improntata all'efficienza e all'ottimismo tecnologico. Infatti gli autori non sfiorano neppure i problemi etici e psicologici legati alla virtualizzazione di tutte le esperienze e della stessa realtà. Le tecnologie della mente sono viste soltanto come fautrici di nuove ed esaltanti possibilità cognitive. L'unico cenno problematico riguarda l'impigrimento di HZ, che tende ad esercitare solo la mente, a scapito del corpo.
In questo quadro, per HZ la scuola è soltanto un luogo di ritrovo, quasi sempre noioso. I giovani digitali sono impazienti, vogliono immediatamente le risposte ai loro quesiti, non si concentrano per risolvere categorie di problemi, ma si gettano sul caso particolare passando subito oltre, non fanno mai una sola cosa alla volta, saltano da Internet alla Tv, dal cellulare all'iPod con una divisione di tempo vertiginosa che tende alla simultaneità del multitasking. Invece di fare una sola cosa alla volta, essi gestiscono queste molteplici attività concentrando e allentando l'attenzione alternativamente sui vari canali: mentre fanno i compiti ascoltano musica, gettano uno sguardo allo schermo Tv, inviano un sms e un messaggio e-mail a un “amico” appena conosciuto su Facebook, inseriscono il loro ultimo video in YouTube. E, davanti alla Tv, esercitano uno zapping ossessivo, apparentemente insensato, in realtà utile per estrarre il meglio da ciascun programma visitato.
Tutto ciò è il risultato dell'incontro precoce con una realtà “virtualizzata”, cioè filtrata dai dispositivi digitali, e con la possibilità di comunicare a costo nullo senza limiti spaziali. Armati di telecomando, mouse e cellulare, hanno il mondo a portata di clic, non conoscono i tempi lunghi della riflessione e ai libri e agli svaghi all'aria aperta preferiscono i videogiochi, anche i più violenti, senza imbarazzi morali. HZ non ama la tecnologia di per sé, bensì per ciò che può consentirgli di fare, dimostrando tutta la chiusura della generazione digitale, che adotta un atteggiamento magico, strumentale e indifferente. Ciò che gli autori non dicono è che il protagonismo comunicativo di HZ può giungere fino a forme di autoreferenzialità e autismo tecnologico: assuefazione, intossicazione, hikikomori.
Le caratteristiche di HZ segnano il passaggio da (una società e da) una scuola di massa a una scuola modellata sui singoli: non più programmi ed esami uguali per tutti, ma ampia libertà per ciascuno di ritagliarsi il proprio percorso di studi, da seguire con i tempi individuali, non più insegnanti ma tutori, cioè assistenti per superare i momenti di difficoltà, niente libri e niente compiti a casa. Verso questa concezione rivoluzionaria della scuola si stanno già orientando alcuni istituti olandesi, che indubbiamente costituiscono un esempio su cui riflettere.
Gli autori manifestano nei confronti di HZ un entusiasmo profetico, e non sembrano porsi il problema di come questi giovani affronteranno il sodo e indocile mondo reale che, nonostante le sue derive virtuali, è per il momento ben lungi dallo scomparire nelle pieghe del ciberspazio. Poiché HZ costituisce ancora una piccola minoranza, si pone il problema dei rapporti con la maggioranza non digitale. E poi: quali strutture di governo e conduzione potrà avere la società liquida (o ameboide) del futuro, gestita da questi liquidi digitalisti?
Sarebbe un bell'esercizio di futurologia sociopolitica, reso urgente da alcune recenti ricerche che collegano l'uso massiccio delle tecnologie digitali, in particolare delle reti sociali, a un aumento dei comportamenti a rischio (fumo, alcol, sesso precoce, stupefacenti). Un libro da leggere e da meditare.
Gorizia
16 novembre 2010
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