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Libri Consigliati |
Senza tacchi a spillo. To fly away

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Analisi di un paradosso: trionfa l'estetica, entra in crisi il carattere oggettivo del "bello"
Il libro di Yves Michaud L'arte allo stato gassoso, è una lettura consigliata anche agli architetti nonostante l'autore sia un filosofo di professione e nel libro parli solo di due edifici: il Museo d'arte contemporanea installato a Parigi nel Palais de Tokyo e il Guggenheim di Bilbao. [...] La tesi è espressa chiaramente nel titolo: viviamo in un periodo di trionfo dell'estetica, in un mondo in cui tutto deve essere bello. [...] A un aumento generalizzato del coefficiente di bellezza corrisponde, però, paradossalmente, una diminuzione di opere d'arte che ne incarnano l'idea...
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Leggi tutto... [Luigi Prestinenza Puglisi, L'arte (e l'architettura) allo stato gassoso, "Il Sole 24 ore"]
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16 aprile 2009
«Questo saggio vuole essere la diagnosi della trasformazione di un’epoca in un’altra, senza nessun tipo di polemica, e soprattutto con la distanza e l’ironia dell’analisi, ma anche con i dubbi dello scetticismo». Così Yves Michaud introduce il lettore al suo saggio “L’arte allo stato gassoso”, Edizioni Idea, Roma, 2007. Viviamo, dice l’autore, «in un nuovo mondo dell’esperienza estetica e dell’arte, in cui l’esperienza estetica tende a dar colore alla totalità delle esperienze, dove la vita stessa deve adeguarsi alla bellezza, e l’arte diventa un profumo, un ornamento». Ciò non significa che essa muoia, ma che si trasformi in «etere artistico». Chiedendosi per quale motivo ciò accada, Michaud intende anche spiegare i fenomeni del trionfo dell’estetica e della «vaporizzazione dell’arte» nell’epoca contemporanea, cercando di delineare il possibile avvenire per la produzione e la ricezione dell’arte stessa.
L’analisi si suddivide in quattro capitoli. Il primo propone un’indagine di tipo etnologico ed etnografico. Michaud pare consapevole delle ambiguità e incertezze a cui questo tipo di sguardo si espone. Le riflessioni che propone sono in ogni caso le seguenti: a) tra arte contemporanea e pubblicità sussiste una sorta di connivenza e confusione (potremmo dire una reciproca sovrapposizione tanto di contenuto, quanto di forma e di metodo); b) si assiste al continuo riciclo degli stessi temi, tanto da poter affermare che «la nostra cultura è una cultura della copia»; c) da tempo si verifica una sovrapposizione di ruoli tra amministratore, commissario e agente pubblicitario, le cui figure sono riunite nella stessa persona; d) mutano le relazioni di affinità tra le arti: se l’arte moderna era in stretto rapporto con la poesia, la letteratura, il cinema, l’architettura, quella contemporanea opera in sintonia con gli interessi dei creatori di moda (in cui rientrano anche i designer e i promotori di musica techno e DJ). In questo senso, afferma Michaud, «l’elemento centrale è lo stile in costante rinnovamento, che dà una sensazione di immersione nel flusso temporale, con l’illusione di un presente che non passa mai a furia di rinnovarsi».
A tutto ciò si aggiunge il fatto che gli artisti contemporanei non si preoccupano più del pubblico. E ciò «anche quando tutta la loro arte è relazionale e transazionale. Trascorsa la sera del vernissage, le installazioni relazionali diventano luoghi abbandonati: lo studio televisivo ha funzionato solo la sera dell’inaugurazione ufficiale, il pasto per i poveri non viene più servito e l’artista è già ripartito per altre opere (buone)». Verrebbe da chiedersi se l’arte debba necessariamente preoccuparsi del proprio pubblico. Michaud ne accenna di sfuggita, ma non è questo il punto. Il fatto paradossale, secondo l’autore, è che la produzione artistica «si differenzia poco dai prodotti consumati dal pubblico della cultura popolare commerciale». Bene, ma se questo è il punto, allora non potrebbe essere che tutto ciò abbia qualcosa a che fare con la mercificazione generalizzata della cultura e del sapere, conseguenza dell’azione del denaro come unica misura di valore paradossalmente di natura a-valutativa? E se ciò fosse vero, non sarebbe il caso di esprimere qualche giudizio critico in merito, senza limitarsi ad ironizzare su un aspetto della realtà che coinvolge in modo diretto, e con esiti che sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti, l’annientamento, fra le altre cose, della capacità di pensiero critico? Non è un problema se l’arte non si preoccupa del proprio pubblico. Oggi più che mai non se ne dovrebbe preoccupare ma unicamente perché una fra le sue funzioni dovrebbe essere quella di incarnare un’azione di contestazione nei confronti di una logica di corruzione e mercificazione.
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Leggi tutto... ["L'arte allo stato gassoso di Yves Michaud" di Diego Caramma da Spazioarchitettura.ch]
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L’artista e i commissari: Un
libro dedicato agli “addetti ai lavori”, di Stefano Taddei,«
Arte e critica», n. 58, marzo-maggio 2009.
Nella nostra realtà pare che l’arte
stia assumendo sempre più importanza. È lampante il fatto che
musei, gallerie e istituzioni culturali varie veicolino ormai
proposte per un sempre maggior numero di visitatori. È però
altrettanto innegabile come gli artisti e le loro opere siano in mano
ad addetti ai lavori che tentano sovente un profondo appiattimento
delle ricerche più rilevanti. Yves Michaud con questi scritti del
1989 – ora tradotti in italiano e accompagnati da una postfazione
del 2007 – si scagliò contro tale deriva. […] È fuori dubbio
come, anche in Italia, certi operatori d’arte abbiano assunto un
potere enorme rispetto agli artisti e imbastiscano continuamente
mostre, riunendo pratiche disperate, dietro ad una parvenza d’idea
che non viene assolutamente sviscerata. Questo sta a testimoniare la
caratteristica d’intrattenimento che sta assumendo la pratica
espositiva, sempre meno legata ad una sua peculiarità e sempre più
inserita nel flusso senza senso della contemporaneità…
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Carmine Piccolo, Un ragazzo qualunque
La vita di Luca procede serena tra la redazione del giornale per cui lavora, qualche visita in famiglia e ogni tanto una serata con amici o colleghi. Poi, all'improvviso, qualcosa rompe gli equilibri: Luca viene licenziato. Comincia così quella che nella prefazione don Mazzi chiama "discesa agli Inferi". A metà tra diario e romanzo epistolare, il racconto si divide in due parti: nella prima, si alternano episodi dell'infanzia e della vita da adulto di Luca; nella seconda, rivolgendosi a un amico, il ragazzo racconta il proprio dolore e le proprie disillusioni nei confronti della società e della vita. E' sul punto di farla finita, quando incontra qualcuno...
Laura La Pietra
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Da “L’Indice” di ottobre
Manfredo Kempff, San Diablo di Silvio Mignano
In Bolivia, terra di altipiani sconfinati e di cordigliere che superano i seimila metri, si aprono savane afose e squarci di foresta tropicale, dove piante dalle foglie larghe stillano gocce di linfa o di rugiada come il sudore che imperla i corpi di persone e animali. È la Bolivia di cui pochi conoscono l'esistenza, la metà e oltre del territorio del paese sudamericano che giace quasi al livello del mare, tra l'Amazzonia e le pianure del Chaco. Santa Cruz de la Sierra ne è il cuore: piccolo villaggio fondato dai gesuiti pochi anni dopo la conquista, per secoli immobile nelle sue limitate dimensioni di centro di allevamento del bestiame e rifugio di esiliati di ogni sorta, poi esploso negli ultimi decenni fino a diventare la città più grande della Bolivia, con quasi due milioni di abitanti che ne affollano le strade perlopiù ancora di terra battuta, tra casupole che crescono dall'oggi al domani, fatte di assi di legno, di pareti di lamiera, di tetti di zinco, tra un albero di mango e una pattuglia di maiali al pascolo.
Di questa Bolivia è cantore ineguagliato Manfredo Kempff, uomo politico, ex ministro, scrittore fecondo e appassionato: dalla sua tastiera nascono personaggi leggendari, plasmati nell'argilla grassa della terra tropicale, lanciati a folle velocità in avventure dissacranti o piantati in mezzo a una strada, immobili come statue che si lasciano scorrere addosso gli eventi, precipitosi come la pioggia di queste latitudini, che più che irrigare i campi dilava via l'anima.
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Leggi tutto... ["San Diablo" di Silvio Mignano, "L'Indice"]
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San Diablo (edizioni Idea,
288 p.p., euro 8,50) è un libro di confine, quello che separa verismo
da realismo magico. Manfredo Kempff Suarez, tradotto da Antonio
Vigilante, intesse un intreccio a mosaico, un patchwork di situazioni,
personaggi, ricordi, analessi e sottotrame per mettere in scena la sua
terra. Il punto di partenza è Santa Cruz, oggi capitale economica della
Bolivia, ma ai tempi della narrazione - tra gli anni ‘30 e ‘40 -
soltanto un villaggio. Luciano Salvatierra è un perditempo, cinico,
erotomane, rissoso, alcolizzato e inguaribile fedifrago. Un uomo mosso
unicamente dalla passione, che si crogiola nella sua spavalderia e
nelle notti brave di Santa Cruz. Da giovane si arruola, in cerca di
avventura, e parte per la Guerra del Chaco,
si offre immediatamente volontario per guidare un manipolo di uomini in
un’incursione e viene colpito dalle truppe paraguaiane al petto senza
poter sparare nemmeno un colpo. Tornato a casa “da eroe” si invaghisce
per capriccio di Juana, la sua futura moglie, che conquisterà tra
risse, violenze e uccisioni con la famiglia di lei. Ben presto si
stanca e salta da un letto all’altro, di bordello in bordello, di
bettola in bettola, facendo furore tra le signore con il suo carisma e
l’incredibile voce con cui canta fino a strappare le lacrime. In
parallelo assistiamo alla storia di Osvaldo Bazan, il migliore amico di
Luciano, la sua controparte. Timido, dall’aspetto orribile, con le
orecchie enormi e pelose e un cranio afflitto da una tremenda calvizie,
tanto che in giro si dice sia figlio di un vampiro. Osvaldo detto
Orejon, mantiene sempre un profilo basso, evita con tutti i mezzi di
partire per il Chaco, cambia partito politico come cambia papillon e
vive con la vecchia madre, donna Zoraida. Una terribile tragedia si è
abbattuta sulla famiglia Bazan, tutte le sorelle di Osvaldo sono morte
adolescenti in circostanze misteriose. La disperazione porta donna
Zoraida e il marito, che passerà a miglior vita poco dopo, a una scelta
macabra e delirante, mentre Orejon cerca di rifarsi una vita con la
bellissima e sfortunata Lucrecia che lo sposerà controvoglia dopo una
serie di amori falliti e che si innamorerà perdutamente di lui durante
la luna di miele per una caratteristica, che come cantava De André è la
meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente.
La vita a Santa Cruz prosegue, ma donna Zoraida e Luciano dovranno fare
i conti con le loro colpe, la prima perderà il senno combattendo con la
Parca, che le fa visita incessantemente fino a portarsela via, il
secondo con il diavolo in persona. Kempff riesce alla perfezione a
intersecare realtà e allegoria restano sempre in bilico tra realtà e
sogno. Se quella di Zoraida e di Luciano siano rispettivamente demenza
senile e delirium tremens o se davvero lottino contro la morte e il
maligno non ha importanza. L’affresco è perfetto e il confine
affascinante. San Diablo è un libro di atmosfera e di personaggi, con
un fascino esotico d’altri tempi, una scrittura serrata, un caldo
erotismo tropicale e una vena ironica. Le edizioni Idea lo avevano già
proposto al pubblico italiano con l’ottimo “Margarita Hesse”,
l’anno scorso, mentre in Sudamerica Kempff pubblica per il colosso
Alfaguara. Un autore da tenere sott’occhio e da posare sullo scaffale
accanto a Marquez, Soriano, Quiroga, Cortazar, Allende e Vargas Llosa.
Panorama.it - Libri - 21.05.09
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